La storia della SNIA Viscosa

Ultima modifica 2 dicembre 2022

La Città, in collaborazione con la Pro Loco Altessano-Venaria Reale, ha partecipato nel mese di giugno 2022 al convegno internazionale organizzato dall’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico e Industriale (AIPAI) e dall’Università La Sapienza di Roma, in occasione della seconda edizione degli Stati Generali del Patrimonio Industriale.

Nel volume degli atti del convegno (pubblicato da Marsilio Editore) è stato quindi inserito il contributo dal titolo “Paesaggi del lavoro a Venaria Reale", a descrizione del passato industriale del territorio e i cui esiti vengono di seguito riportati per una più ampia azione di divulgazione e condivisione con tutti i cittadini.

SNIA Viscosa: nascita, sviluppo e decadenza di un’impresa

Attraverso l’analisi della storia di Venaria Reale, emerge come esistano sul territorio diverse realtà, ancora fisicamente presenti. Le vicende storiche maggiormente conosciute riguardo la città sono legate alla presenza dei Savoia e ai luoghi a loro connessi, quali la Reggia e il Parco La Mandria. Questa città cela tuttavia un passato di florido polo industriale. Se ai primi del Novecento la presenza della SNIA Viscosa ha dato un impulso significativo alla città di Venaria, in realtà le attività produttive nell’ambito dell’industria tessile sono note già a partire dalla nascita del Regno di Sardegna.

La SNIA Viscosa era nata dalla Società di Navigazione Italo Americana (SNIA), fondata a Torino nel 1917 da Riccardo Gualino, con lo scopo di controllare i trasporti marittimi tra Italia e Stati Uniti. Nel 1920 cambiò il nome in Società di Navigazione Industria e Commercio, per poi assumere la denominazione definitiva di Società Navigazione Industriale Applicazione Viscosa (SNIA Viscosa) e divenne, una delle più importanti aziende del paese nella produzione di rayon, assorbendo lo stabilimento per la produzione della viscosa (...), già presente in Venaria Reale, costituendo il primo nucleo del complesso produttivo cittadino posto oltre il torrente Ceronda, verso nord.

Nel 1925 la SNIA acquisì la proprietà della S.A. Manifattura di Altessano, le cui origini risalivano alla seconda metà del Settecento come filatoio del marchese Gerolamo Falletti di Barolo, per impiantare il secondo grande stabilimento posto ai margini di Altessano, verso Torino.

I due poli produttivi di Venaria Reale e di Altessano entrarono a far parte del contesto economico cittadino, occupando parti significative della vita quotidiana di molte famiglie. Ma, come si diceva, l’insediamento si innestava in un contesto la cui vocazione produttiva aveva origine già con la presenza della Casa Savoia sul territorio.
A livello economico, infatti, i Savoia avevano dato inizio alla coltivazione protetta dei bachi da seta e all’incentivazione di impianti di produzione serica.
(...)

Il territorio di Venaria è rimasto integro fino alle soglie del XX secolo, anche in considerazione dei margini di espansione urbanistica, assai ristretti a causa della proprietà del Demanio, del Patrimonio dei Barolo e della Tenuta della Mandria, acquistata dalla famiglia Medici del Vascello.

L’industria di inizio secolo inizia a differenziarsi: si trovano sul territorio concerie, filande, mulini, stabilimenti metallurgici, tipografie. Il 1927, anno in cui viene avviata la SNIA Viscosa, il grande stabilimento per la produzione e filatura della fibra sintetica, segna un importante cambiamento della comunità.
Avviene conseguentemente un progressivo abbandono della campagna e la popolazione si concentra sempre più nel centro abitato, richiamando inoltre il nuovo polo industriale un gran numero di operai provenienti da tutta Italia. A partire dalla metà degli anni venti e per tutti gli anni trenta del secolo scorso, infatti, si assiste a una prima grande ondata migratoria, quella dal Triveneto, dove funzionari dell’azienda ingaggiavano famiglie di contadini cadute in miseria in conseguenza della prima guerra mondiale. Una seconda ondata si verificherà negli anni cinquanta e sessanta dalle regioni meridionali, ma con carattere meno organizzato e massivo. Venaria veniva loro rappresentata come una nuova America: la possibilità di emergere da una povertà endemica.

La realtà fu più dura delle aspettative, per la fatica e i disagi di un lavoro troppo spesso nocivo a causa del solfuro (il cui odore era parte integrante dell’atmosfera di Venaria) e, almeno nei primi tempi, per la scarsa simpatia riservata dai residenti agli immigrati. Ma i veneti, come venivano un po’ sbrigativamente chiamati, erano lavoratori tenaci e, grazie soprattutto al villaggio delle case operaie appositamente costruito, seppero stringersi tra loro e, col tempo, aprirsi al nuovo ambiente, quello dei piemontesi. E le loro famiglie numerose, poi, dettero un impulso demografico notevole alla popolazione locale.

A Venaria Reale si produce in questo periodo il celebre rayon, filato sintetico simile alla seta, la cui realizzazione comporta rischi ambientali oltre che per la salute. Il processo produttivo è collocato nello stabilimento dedicato alla produzione del solfuro di carbonio, le esalazioni sono molto forti e nocive per la città e provocano danni alle coltivazioni agricole e alle acque.

Lo stabilimento collocato ad Altessano è differente, in quanto dedicato alla produzione del filo continuo, che non comporta alcun inquinamento e impiega quasi esclusivamente manodopera femminile. Nel 1926 i terreni perifluviali vengono acquistati dalla SNIA e l’impianto viene adibito alla lavorazione dei cascami. I flussi immigratori aumentano, dalle campagne del Piemonte, dal triveneto e dal Sud.

La SNIA ha modificato l’assetto della città non solo attraverso la costruzione degli stabilimenti, ma soprattutto grazie all’edificazione delle case operaie e di altri edifici a servizio delle fabbriche. L’azienda acquista i terreni dalla Opera Pia Barolo con l’obiettivo di ampliare lo stabilimento esistente appartenente alla Società Italiana Viscose e approfitta delle agevolazioni del Comune per incentivare l’insediamento delle attività industriali.

I fabbricati sono collocati in via Mazzini e in via San Marchese n. 3, tra il torrente Stura ed il torrente Ceronda: la presenza di questi due corsi d’acqua è fondamentale, permettendo lo smaltimento degli scarichi industriali. 
Strategici per l’insediamento sono anche l’ubicazione di Venaria Reale sulla strada per Milano e sulla ferrovia Torino-Ceres, che assume un aspetto fondamentale in quanto i binari entrano direttamente all’interno dello stabilimento. Inoltre, la presenza della strada che da Torino conduce a Lanzo sarà utilizzata per il trasporto su gomma delle merci.

Il villaggio e la piazza

L’arrivo dell’impresa con le sue modernità rompe i ritmi, i tempi, gli usi e le cadenze di una comunità contadina, riorganizzandola in una realtà dinamica, declinata secondo diversi aspetti socio culturali e nuovi ritmi dettati dalla grande produzione. L’azienda ha messo in atto la strategia del paternalismo aziendalistico, offrendo ai suoi operai servizi che possano rendere l’ambiente lavorativo più godibile e l’economia familiare più semplice da gestire.
Inoltre, grazie all’edificazione delle case operaie, la SNIA può offrire una stanza ai lavoratori e anche servizi speciali come gli asili aziendali, l’infermeria e lo spaccio con prodotti tessili.

Tali costruzioni non sono previste nel piano del 1910: per realizzarle la SNIA agisce indipendentemente chiedendo una sanatoria senza oneri aggiuntivi. il 6 gennaio 1924 la Giunta municipale di Venaria Reale approva il progetto per la costruzione, a spese della soc. SNIA Viscosa, di un Villaggio, detto case SNIA o case operaie, ubicato al fondo di viale Buridani intorno alla Piazza Montelungo costituito da 30 edifici dedicati alle maestranze degli stabilimenti SNIA Viscosa di Venaria. 
Il villaggio sarà dotato di una scuola materna, affidata alle cure delle suore di S. Anna, di una chiesa, inizialmente succursale della parrocchia di Altessano e successivamente parrocchia autonoma. I nuovi edifici sono addensati su una superficie molto esigua, e accolgono circa 2.000 individui, tra lavoratori e famiglie. 
Si tratta di edifici che offrono alloggi di dimensione variabile, dal monolocale fino ai quattro vani, generalmente sforniti di servizi igienici dedicati. L’assenza dei servizi viene in breve tempo soppiantata con la costruzione di bagni e lavatoi pubblici dirimpetto al complesso, ma le condizioni igieniche restano precarie, in quanto l’utilizzo delle docce comuni implica lunghe attese.

Si genera così un continuum tra fabbrica e territorio, tra il lavoro e la vita privata: il villaggio diventa il prolungamento della fabbrica, il ponte tra la vita lavorativa e quella familiare. Il suono roco delle sirene degli stabilimenti, in funzione dalla mattina presto alla sera tardi per indicare gli orari di inizio e fine turno di lavoro, era diventato una specie di orologio pubblico che scandiva la vita della città e le processioni delle operaie e degli operai che entravano e uscivano dagli stabilimenti, era un modo per comunicare e condividere i propri affanni o i momenti di felicità.

I divertimenti non mancavano, pur se pochi. La sosta all'osteria del Valentino per gli uomini che indulgevano al vino e, per tutti, il ballo, praticato in vari locali, che permetteva ai foresti veneti di familiarizzare anche con i più riservati piemontesi e coi militari di stanza nelle caserme cittadine. Di qui matrimoni misti, e pure qualche figlioletto di padre ignoto. Tuttavia, nonostante il pesante lavoro, c'era tanta allegria ad alleggerire una vita condivisa nei cortili del villaggio.
A testimonianza del clima comunque festoso e della vivacità di amori giovanili vissuti nella semplicità di un tempo caratterizzato dalla fatica del lavoro e dalla povertà dei mezzi, di seguito il testo di una poesia composta nel 2014 dal poeta venariese Valeriano Raviri, in occasione di un lavoro teatrale dallo stesso titolo, allestito al Teatro Concordia da un gruppo di Associazioni cittadine.

L’amor al temp dla Viscòsa
Parlé d’amor al temp dla Viscòsa
am buta adòss tanta nostalgia;
a m’arcòrdo ëd quand i spetavo la mòrosa
la seira a des ore a la Snia d’Autsan ò dla Venaria.

Come mi, tanti a-jero anlora i giovanòt
che a spetavo la duvertura ëd col cancell
e fra cole fije ca jero intrà a doi bòt,
a sercavo, fra le tante, ël facin pi bel.

I nòstri sgoard, un basin innosent
quand però i l’àvio nen rusà;
sedësnò an mes a tuta cola gent,
an lassava lì, bel bel, ampalà.

A la facia d’un basin innosent!
A tenìa la boca sempre anciodà
e a mi, pòrdiav, se an mostrava nen i dent,
a l’era përché a n’avìa un ò doi camolà.

Storie ëd na vòlta, stòrie bele,
tanti ani a son passà d’anlora;
ancheuj a fa tant piasì a contele
e it desideri ëd podeje vive ancora.

I temp e le còse a son però cambià,
davanti a col cancel a-je pì gnun giovinòt;
la Snia a l’è andaita për n’autra stra
e le bele fije a intro pì nen a doi bòt.

Grassie bele fije, anlora nòstre morose,
che i divide adess con noi le giornà;
i seve ancheuj le nòstre bele spose
che i l’eve anlevà i nòste masnà.

L’amore al tempo della Viscosa
Parlare d’amore ai tempi della Viscosa
mi mette addosso tanta nostalgia;
e mi ricordo di quando aspettavo la morosa
alla sera alle dieci alla Snia di Altessano o della Venaria.

Come me, tanti erano allora i giovanotti 
che aspettavano l’apertura di quel cancello
e fra quelle ragazze che erano entrate alle due in punto,
si cercava, tra le tante, il visino più bello.

I nostri sguardi, un bacino innocente
quando però non avevamo bisticciato;
se ce lo fossimo dato in mezzo a tutta quella gente,
mi lasciava li, bel bello, impalato.

Alla faccia di un bacino innocente!
Teneva la bocca sempre chiusa,
ed io, povero diavolo, se non mi mostrava i denti,
era perché ne aveva uno o due cariati.

Storie di un tempo, storie belle,
tanti anni sono passati da allora;
oggi fa molto piacere raccontarle
e desideri di poterle vivere ancora.

I tempi e le cose sono però cambiate,
davanti a quel cancello non c’è più nessun giovanotto;
la Snia è andata per una altra strada
e le belle ragazze non entrano più alle due in punto.

Grazie belle ragazze, allora nostre morose,
che dividete oggi con noi le giornate;
siete oggi le nostre belle spose
che avete allevato i nostri bambini.


Nel 1936 il villaggio SNIA è composto da 30 case, con 918 stanze con sovraffollamento per 460 nuclei familiari.
La corsa si arresta con la crisi del 1940, anche se lo stabilimento di Altessano nel 1960 raggiunge la massima produttività, contando 1130 operai.

Nel 1977 gli stabilimenti chiudono e restano sul territorio le carcasse vuote che un tempo ospitavano la filatura. Il complesso industriale viene diviso in numerosi lotti e alienato nel corso del tempo: da questa enorme e antica realtà industriale germogliano piccole aziende che hanno continuato a far vivere i vecchi stabilimenti.

Il dopolavoro (CRAL SNIA)

La struttura constava di un campo da calcio, utilizzato anche per gli allenamenti di altri sport, un campo da tennis e diversi campi da bocce.
Il CRAL della SNIA di Venaria Reale organizzava diverse attività: dal settore sportivo (calcio, atletica, bocce e tennis) al settore tempo libero (caccia, pesca, fotografia, tiro a segno e filatelica), senza dimenticare le feste da ballo, che si svolgevano alla domenica per i giovani venariesi.

La fabbrica di Venaria Reale

Come si diceva, la fabbrica era direttamente servita dalla ferrovia, i cui binari entravano direttamente all’interno del corpo di fabbrica.
Le aree interne erano organizzate in modo tale da dislocare verso la strada per Lanzo gli uffici e i padiglioni non produttivi, mentre verso il centro del corpo di fabbrica veniva collocata la lavorazione del solfuro: i rifiuti di lavorazione venivano smaltiti grazie al corso d’acqua.
Ancora oggi è possibile osservare la grande torre che conteneva l’acqua e che rimane un simbolo dello stabilimento. L’area perifluviale del territorio assume una valenza produttiva, ospitando la ferrovia; il fiume viene utilizzato per l’approvvigionamento dell’acqua e per il rilascio degli scarichi e come discarica dei rifiuti.
Gli stabilimenti ospitavano anche gli spacci aziendali, che vendevano i prodotti realizzati dai clienti con i filati.

Edifici costruiti dalla SNIA, durante la sua presenza a Venaria Reale:

  • stabilimento di Venaria Reale (stabilimento di solfuro – torre dell’acqua)
  • stabilimento di Altessano
  • case operaie in Viale Buridani
  • case dei dipendenti e degli impiegati in via XI Febbraio ad Altessano (ancora esistenti), altre in corso Matteotti e via Foscolo
  • orti SNIA
  • dormitorio: nella zona tra via Foscolo e via Picco era stato costruito un campo di calcio e un basso fabbricato da utilizzarsi come dormitorio per chi era arrivato da poco
  • asilo, gestito dalle Suore di S. Anna presso le case operaie
  • bagni pubblici con annessi lavatoi
  • piazza Montelungo, luogo di ritrovo
  • ex caserma dei Carabinieri
  • partecipa alla ricostruzione della passerella Mazzini sul torrente Ceronda
  • la sede ANPI - ex osteria Valentino
  • CRAL con campi sportivi.

La Città della SNIA, per la valorizzazione della quale è stata proposta l’istituzione di un Ecomuseo o di un Museo Diffuso, è ancora oggi perfettamente leggibile; gli edifici di architettura dei primi anni trenta in stile omogeneo sono visitabili e connotano il paesaggio della città sull’asse centrale del viale Buridani e lungo la strada per Lanzo e Altessano.

È invece stato interamente abbattuto il sito della fabbrica di Altessano, sostituito da un complesso residenziale costruito negli anni Ottanta, stravolgendo l’identità del luogo e facendo scomparire anche la chiesa del borgo e il primo nucleo produttivo dei Barolo, insediato precedentemente alla SNIA. Questo edificio, molto suggestivo, rappresentava un esempio rilevante di archeologia industriale e avrebbe potuto essere per la città una testimonianza importante, ospitando numerose e diverse attività. L’edificio si trovava nel retro della città sul torrente, cui era direttamente collegato.

Il lungo fiume nel tempo è stato occupato da attività insalubri, discariche con emissione di fumi tossici. A partire dal 2003 la Città, grazie al progetto a regia regionale Corona Verde, è riuscita a rilocalizzare le aziende presenti e ad avviare un importante piano di rinaturalizzazione della sponda e di sua rigenerazione, con un programma ambizioso volto a recuperare la storia dei luoghi. (…)